Anul I, Numărul 1/2003

 

IL PANE DELLA PAROLA E IL PANE MATERIALE, UN RIMANDO AL PANE DELL'EUCARISTIA.
LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI
(Mc. 6,30-44)

Călin-Daniel PAŢULEA

Il testo

6.30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32 Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. 33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. 35 Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; 36 congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». 37 Ma egli rispose: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38 Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci». 39 Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull'erba verde. 40 E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. 41 Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. 42 Tutti mangiarono e si sfamarono, 43 e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. 44 Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

1. Premessa

Il brano viene collocato nella sezione dei pani (6, 30 - 8, 26) e appartiene alla prima parte del ministero pubblico di Gesù nella quale egli annuncia il Regno di Dio e dà la sua testimonianza con segni e prodigi.

Si tratta di un'unità letteraria strutturata intorno alle due moltiplicazioni dei pani, che costituiscono come i poli di due serie simmetriche di racconti. Il filo conduttore è il motivo del "pane" o del "cibo" (1).

Il miracolo contiene un importante messaggio: la folla dopo essere stata sfamata dalla parola di vita, la parola di Gesù, viene sfamata anche con il cibo soddisfando un'esigenza vitale. "Gesù che con cinque pani e con due pesci sfama una moltitudine insegna che il poco di qualcuno, moltiplicato per la generosità e l'interessamento di qualcun altro, dà come prodotto la possibilità di beneficare molti" (2).

2. Contesto e struttura

Gesù appare come il pastore del nuovo popolo di Dio, che lo raccoglie e lo guida con premura e grande amore. Oltre al suo ministero pubblico, che consiste nell'"annunciare il Regno di Dio e di testimoniare la presenza con segni prodigiosi" (3), Gesù si preoccupa di formare un gruppo che sia testimone della sua opera e che più tardi possa diventare l'annunciatore autorevole del suo messaggio, della Parola di Dio davanti agli uomini. Accanto a costoro, accoglie la folla, "sempre disposto a intervenire per saziare la loro fame, quella della parola e quella del pane" (4).

2.1. Il ritorno degli apostoli dalla missione (6,30 - 33).

Struttura:

v. 30: gli apostoli si radunano davanti a Gesù

v. 31: Gesù si isola con i suoi

v. 32: il luogo deserto

v. 33: "cominciarono ad accorrere... e li precedettero"

È il brano che inquadra e dà la chiave interpretativa per la moltiplicazione dei pani. I discepoli si riuniscono davanti a Gesù, "unico referente di tutti e di ciascuno" (5). La loro missione parte da Gesù e si ritrova in lui senza distaccarsi da lui; occorre condurre gli altri a lui.

Nell'incontro con Gesù, nella riunione o "sinagoga", "c'è un confronto di ciò che si fa e si dice con quanto lui ha fatto e detto (At.1,1), misura di tutto" (6).

Il ritorno dei discepoli desta l'impressione che la loro missione abbia avuto un grande successo: una spiegazione a ciò si trova appunto nella presenza della folla. Gesù li accoglie, si interessa dei suoi discepoli per ritemprarli: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po". "Il trovarsi insieme in un luogo solitario e lontano dalla confusione della folla costituiva non solo un motivo di riposo, ma anche un'occasione per quelle conversazioni confidenziali, nelle quali Gesù era solito introdurre i discepoli ad una approfondita conoscenza dei misteri del regno" (7). Cerca un momento di isolamento, un momento di silenzio "che si fa riflessione, preghiera e intimità" (8). Agli apostoli (9) Gesù affida ufficialmente il suo messaggio: a loro volta dovranno trasmettere il Vangelo vivo affinché possa diventare il fondamento e la colonna della fede. "In virtù dell'amore di Dio il silenzio si trasforma in Parola; la Parola di Dio è silenzio che si dona all'uomo" (M. Picard).

Il dialogo con Gesù "è ciò che fa Chiesa" (10), è lui stesso la "pietra di paragone di quanto noi facciamo e diciamo" (11). Colui che si trova in confronto con la Parola è invitato ad approfondire le cose, ad entrare più profondamente nella comunione con il mistero.

2.2. La prima moltiplicazione dei pani (6, 34 - 44)

Struttura:

v. 34: Gesù ha compassione della folla che lo cerca, e "si mise a insegnare loro molte cose"

vv. 35-36: una proposta da parte dei discepoli per risolvere il problema

vi. 37a: Gesù coinvolge i discepoli

v. 37b: incomprensione dei discepoli

vii. 38: il poco di qualcuno che benefica molti

vv. 39-40: preparazione della folla

v. 41: realizzazione del miracolo

v. 42: vivere di questo pane, il dono del Padre ai figli

v. 43. il pane di vita eterna

vi. 44: numero che indica la grandezza del miracolo.

Gesù è il buon pastore che viene incontro alla folla affamata per nutrirla con la sua parola e con il suo pane. La moltitudine che cerca Gesù manifesta la sua sete per la parola di vita, cioè, per il suo insegnamento. I discepoli sono intermediari tra Gesù e la folla con il compito di organizzare la gente, per distribuire i frutti del miracolo e anche per raccogliere tutto quello che avanza (v. 43). Anche per loro il miracolo deve essere un'occasione per imparare che la moltitudine non si sfama ragionando in termini di mercato (v. 37), ma seguendo la strada del dare (v. 37). "Nella comunità cristiana non vige la logica di proprietà, ma quella di comunione" (12).

3. Confronto sinottico

È il miracolo più ricco di significati simbolici. È un punto culminante dell'attività di Gesù in mezzo al popolo. Ha preziosi antecedenti veterotestamentari: la manna (cf. Es. 16 e Num. 11) e la moltiplicazione dei pani ad opera del profeta Eliseo (cf. 2Re 4,42-44).

3.1 I vangeli sinottici e il vangelo di Giovanni

La narrazione di Marco è la più antica fra le narrazioni della moltiplicazione dei pani nei quattro Vangeli. Tutti e quattro gli evangelisti riportano questo miracolo eccezionale. Ciò mette in risalto l'importanza che aveva assunto nella tradizione anche per il suo significato simbolico, per le sue risonanze messianiche, ecclesiali e sacramentali.

La tradizione evangelica si sarebbe formata sul modello del miracolo di Eliseo (2Re 4, 42-44): il profeta sfama cento uomini con venti pani, mentre Gesù ne sazia cinquemila, senza contare le donne e i bambini, con cinque pani e due pesci.

Nel vangelo secondo Matteo 14,19 (13), l'accento cade sui verbi espressi in un tempo finito, come "benedì" e "diede".

Nel vangelo secondo Luca, come in quello secondo Marco, questo racconto "chiude la missione dei discepoli e prepara la questione centrale sull'identità di Gesù" (14). L'azione si svolge nella zona desertica di Betsaida. In primo piano troviamo il Signore che sfama la moltitudine. La menzione del luogo, cioè Betsaida, viene vista come una preparazione di ciò che segue nel cap. 10, 13. Compare il termine "apostoli", che è un attributo proprio di coloro che appartengono al gruppo scelto di Gesù, una appartenenza esclusiva. Tra Gesù e i suoi vi è piena sintonia: la missione di Gesù viene rivolta anche ai suoi discepoli, cioè accogliere la folla, parlare del Regno di Dio, guarire le infermità (Lc. 9,1). Gesù desidera la solitudine con i suoi, il giorno declina (come accadrà a Emmaus 24,29), cosa succede con la folla, dove mandarla? L'allusione a 2Re 4,42-44 è anche qui presente ed è forte. Predomina anche il numero cinque: 5 pani, gruppi di 50, 5000 uomini.

Nel compimento del miracolo da parte di Gesù è presente la benedizione, lo spezzare il pane e il dare: "eleva gli occhi al cielo, al Padre, per esprimergli benedizione e ringraziamento e dà loro i pani, perché li distribuiscano" (15).

Mosè aveva procurato al popolo manna e quaglie da parte di Dio (Es. 16; Nm. 11); Eliseo aveva moltiplicato 20 pani per 100 uomini (2Re 4, 42-44); Gesù 5 pani per 5.000 uomini.

L'idea centrale è anche per Luca come per Matteo e Marco: Gesù con poco cibo nutre una moltitudine di gente.

Anche in Giovanni (6, 1-13) è presente il nucleo "Gesù e la folla". Quell'altro nucleo centrale, cioè "Gesù e i discepoli" viene dopo, nei vv. 16-21 dello stesso capitolo. Nei primi quattro versetti, (6, 1-4) c'è una ricchezza di riferimenti biblici all'AT: all'esodo, a Mosè, al popolo e ai capi presso il monte Sinai, al salire verso il tempio di Gerusalemme. Gesù è il nuovo Mosè che libera e salva il nuovo popolo. I vv. 5-9 mettono in risalto il bisogno della folla e Gesù se ne accorge per primo. Il denaro non basta per soddisfare tutti i bisogni dell'uomo. La proposta parte da Andrea apostolo (vv. 8-9) come una soluzione solidaristica che sta alla base del "dare". Segue l'entrata di Gesù in azione: egli assegna ai discepoli il compito di far sedere la folla (anapésein = sedersi, mettersi a tavola, inclinarsi, mangiare distesi sul fianco). Gesù loda Dio creatore per quel dono e lo distribuisce per la sazietà di tutti, anzi al termine del pranzo con gli avanzi "riempirono dodici canestri" (v. 13). La reazione della gente è di accogliere Gesù come il profeta messianico atteso (v. 14; cf. Dt. 18,15.18; At. 3, 22-23). Gesù si ritira sulla montagna e non favorisce l'idea di un re terreno.

3.2 Uno sguardo all'insieme: la prima e la seconda moltiplicazione dei pani (Mc. 8, 1-10).

Le due tradizioni del racconto della moltiplicazione dei pani vanno considerate come gli sviluppi di una comune tradizione di base e non come due tradizioni autonome. Secondo Schweizer, sarebbe possibile che il medesimo episodio sia stato ripetuto con particolari diversi, una volta con quattromila e un'altra con cinquemila partecipanti. Marco li ha considerati come due episodi distinti e non potendo riferirli uno dopo l'altro ha riempito lo spazio intermedio del cap. 7 con altro materiale. Nel piano del suo vangelo sceglie di collocare tale complesso narrativo a questo punto perché già nella tradizione esso portava alla confessione di Pietro e, soprattutto, perché dimostra in modo evidentissimo la cecità degli uomini per l'annuncio di Dio anche di fronte ai più straordinari miracoli di Gesù (6,52; 8,17-21; 27-30).

Con i primi dieci versetti del cap. 8 ha inizio la seconda parte della "sezione dei pani", che ha una struttura simmetrica come la prima; segue la discussione con i farisei, l'incomprensione dei discepoli, la guarigione del cieco di Betsaida. "Marco non si è preoccupato di armonizzare le due tradizioni diverse, ma ha preferito riprodurle di seguito, conferendo a ciascuna di esse una particolare tonalità teologica" (16).

La seconda moltiplicazione dei pani si svolge nel territorio della Decapoli (cf. 7, 31) e sarebbe a favore dei pagani, rappresenterebbe cioè l'ammissione dei pagani alla chiesa e alla mensa di Cristo. Marco cerca di dare rilievo all'intenzione di Gesù per la salvezza universale delle genti (17). Si accentua di più il luogo dove accade, nel deserto (v. 4) e non in un luogo desertico come nella prima moltiplicazione (6, 35-36), e dopo tre giorni che la folla era con Gesù. L'intenzione di sfamare la folla appartiene a Gesù e non ai discepoli.

Le somiglianze tra i due racconti sarebbero: la misericordia di Gesù, il luogo solitario, un dialogo tra Gesù e i discepoli che evidenzia la loro perplessità, la constatazione dei generi alimentari che ci sono a disposizione, l'ordine di sedersi, la preghiera di Gesù e la distribuzione dei doni da parte dei discepoli; il pasto e la raccolta dei resti, un'indicazione circa il numero dei presenti. Per Luca e Giovanni, il fatto viene riportato solo una volta; una cosa ancor più significativa è che alcuni elementi nel testo di Giovanni concordano con il primo racconto, altri con il secondo.

Le differenze che riguardano i numeri dei pani, pesci, ceste e moltitudine si spiegherebbero con le leggi della tradizione orale.

Un'altra differenza significativa è quella del luogo dove avviene il miracolo, come già accennato: nel territorio pagano, cioè il miracolo è per coloro che vengono da lontano (v. 3). Per quanto riguarda il verbo usato per la "benedizione" non è quello che allude alla liturgia giudeo-cristiana, cioè eulógesen (indicativo aoristo 3a persona singolare eu-logéo; eulogéso; eu-lógesa; eulógeka bene-dire, pronunciare un ringraziamento: gesto simbolico e parole di lode, dire la preghiera di benedizione su; 6, 41; l'aoristo indica un'azione compiuta una sola volta, come si faceva all'inizio di ogni pranzo), ma ringraziare, fare una preghiera di ringraziamento, esser grato; 8, 6), in uso nella liturgia greca della comunità di Antiochia (18). Il messaggio comune è quello di rimandare al banchetto messianico dove non ci sono i posti riservati, essendoci posto per tutti gli "affaticati e gli oppressi". È un segno e un anticipo di quel banchetto che avviene (19).

4. Esegesi del testo

v. 34: Gesù prova compassione verso la folla. Questo atteggiamento non è uno stato emotivo, ma è la misericordia di Dio verso il popolo, popolo paragonato a un gregge senza pastore. Mosè pregò Dio per il suo popolo sbandato, affinché avesse un pastore che lo conducesse con amore: "Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell'uscire e nel tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore" (Nm. 27, 16s). Gesù è il vero pastore previsto per gli ultimi tempi, per riunire e guidare le pecore d'Israele con il suo insegnamento (20). Nell'Antico Testamento la misericordia è una qualità di Dio. Nell'atteggiamento di Gesù viene annunciata la simpatia di Dio per gli uomini. "L'osservazione marciana che egli incomincia a insegnare al popolo indica in che cosa consista prima di tutto la sua attività di pastore. Così facendo il miracolo che segue viene collocato in una precisa luce, il miracolo è subordinato all'insegnamento e inserito in esso" (21). La parola di Gesù è il primo pane per l'uomo, perché "non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Dt. 8, 3). Il cibo materiale viene meno come la stessa vita, ma la parola divina dura in eterno.

vv. 35-36: il luogo solitario è l'occasione per i discepoli di far la loro proposta, invitando Gesù a congedare la folla. Anche Mosè nel deserto era circondato da collaboratori, dagli anziani (22).

v. 37: l'ordine rivolto ai discepoli perché diano loro da mangiare alla gente è una provocazione alla loro fede. La loro reazione è un'espressione della loro incomprensione, la sottomissione ancora alla legge del possedere e del comprare. Comprendiamo meglio il significato dell'ordine di Gesù se teniamo presente quanto scrive Gv. 6,6: "Diceva così per metterli alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare". Con i duecento denari non si poteva procurare la quantità sufficiente per il numero di persone ricordate dall'evangelista (v. 44).

vi. 38: cinque pani e due pesci è una quantità veramente irrisoria, che mette maggiormente in risalto la straordinarietà del miracolo che tra breve sarà operato. Il poco dell'uomo, passando per le mani del Signore, diventa nella condivisione abbondanza per tutti. I pani, di farina di orzo, sono la componente essenziale del pasto giudaico. Giovanni 6,9, parla del pane di orzo come il pane dei poveri. Marco non specifica il tipo di pane. Anche il pesce, conservato sotto il sale o arrostito, era il companatico più ordinario (23).

vv. 39-40: Gesù ordina ai discepoli di far sedere la moltitudine e di formare gruppi di commensali per introdurre il pasto così inatteso. L'erba verde: indirettamente questa annotazione ci dice che si era a primavera e più precisamente in prossimità della Pasqua, come scrive Gv. 6,4. Mettersi a gruppi regolari, cioè la suddivisione in gruppi di cento e cinquanta, ricorda la generazione di Mosè che era uscita dal deserto (Es. 18, 25; Nm. 31, 14).

v. 41: Gesù si comporta esattamente come si faceva nel rito della cena pasquale celebrata dagli ebrei e come sarà celebrata dallo stesso Gesù nella sera dell'ultima cena (14, 22). Levò gli occhi al cielo: è il gesto caratteristico di Gesù (7, 34; 16, 4; Gv. 11, 41), che in questo caso non si conforma ai suoi connazionali, i quali invece guardavano in basso, verso i pani. È un gesto di fiducia e di preghiera verso il Padre che è nei cieli. Li benedì: la preghiera di benedizione, pronunciata all'inizio, era: "Benedetto sii tu, Jahvé, nostro Dio, re del mondo, che fai germogliare il pane della terra". In seguito, il capofamiglia spezzava i pani e li distribuiva ai commensali e per primo mangiava lui stesso. Spezzò i pani: anche questo gesto faceva parte dal rito, però qui assume un significato del tutto particolare, non solo per il miracolo che va compiendosi tra le mani di Gesù, ma anche rispetto alle celebrazioni eucaristiche, nelle quali non si poteva non ricordare quanto Gesù aveva compiuto all'approssimarsi della sua passione (Lc. 24, 35; At. 2, 42). E i due pesci: vengono quasi dissociati dai pani, essendo qualche cosa di più che si aggiunge come companatico, ma forse anche perché non rientravano nello schema liturgico dell'eucaristia (24).

vv. 42-44: tutti vengono saziati. Con la raccolta dei resti si dimostra la perfezione del miracolo e la sua grandezza, perché quanto rimane è ben di più di cinque pani e dei due pesci che c'erano all'inizio (25). Cinquemila uomini: si sottolinea l'impressionante grandezza dell'evento, del mangiare a sazietà e delle dodici ceste piene di avanzi.

È sorprendente l'assenza dell'acclamazione di lode per il miracolo. La spiegazione sarebbe quella che né la folla né i discepoli hanno compreso il senso del miracolo, cecità per la quale i discepoli verranno rimproverati (6,52; 8, 17-21). La loro perplessità diventa l'espressione di un cuore indurito.

5. Simbolismo e significato teologico

Il miracolo compiuto da Gesù ha anche un significato più profondo. È un ricordo del tempo di grazia del pellegrinaggio nel deserto che nel giudaismo era considerato una prefigurazione del tempo messianico. Il richiamo all'ambiente del deserto è delineato con chiarezza. Gesù è come un secondo Mosè (26), il quale raduna il popolo di Dio e gli distribuisce, da parte di Dio stesso, il pane necessario alla vita. Gesù è il Messia, anzi è il messianico profeta già promesso da Mosè. La comunità cristiana deve riconoscere in se stessa il nuovo popolo di Dio, nel quale vengono adempiute le antiche profezie (27). Per i lettori cristiani il contenuto simbolico di questa narrazione è ancor più ricco, perché nell'azione compiuta da Gesù scorgono un anticipo del sacro banchetto da lui istituito nell'ultima cena, segno di una stretta comunanza di mensa la quale troverà la sua ultima attuazione nel regno di Dio.

I cinque pani e i due pesci indicano tutti i libri dell'Antico Testamento. Più precisamente, il significato dei cinque pani sarebbe quello dei cinque libri della legge mosaica, attraverso la quale è stata fatta conoscere al genere umano la divina eternità, la creazione del mondo. Nei due pesci sono raffigurati i salmi e i profeti che davano al popolo, già istruito nella legge di Dio, il nutrimento della promessa dell'incarnazione del Signore insieme con il dono della grazia (28).

Nell'insegnamento di Gesù è Dio che si rivela e in esso si manifesta anche la compassione divina, appunto quella di cui gli uomini hanno bisogno. Troviamo l'immagine delle pecore (cf. Nm. 27,17s; Ez. 34, 5), però dobbiamo distinguere fra la tradizione e Marco. Gesù è colui che provvede alle necessità materiali del popolo. In Gv. 6,31 c'è un accenno alla manna del deserto, e alcuni particolari del racconto potrebbero far pensare che anche la tradizione anteriore a Marco presentasse Gesù come il redentore d'Israele degli ultimi tempi, nel quale il tempo di salvezza dell'uscita dall'Egitto trovi il proprio compimento escatologico. Gesù rimane senza dubbio colui che supera tutti i profeti e quindi è il portatore di salvezza degli ultimi tempi. Siamo comunque davanti a un miracolo nella sfera della creazione, che esige la fede degli uomini (29). Anche l'incomprensione dei discepoli diventa visibile più di quanto non lo sia stata sinora. Il racconto chiede al lettore la disposizione di mettersi in cammino o meglio di lasciarsi guidare da questo segno miracoloso, di riconoscere la vera autorità di Gesù (30).

6. Conclusione

Nel pensiero di Dio, il miracolo non è uno spettacolo di forza, non è una esibizione di onnipotenza e neppure un rammendo di una situazione drammatica.

Il miracolo è la testimonianza del regno di Dio e un invito alla fede nel Figlio di Dio. È un segno, un messaggio di Dio proclamato dal suo araldo: per questo se non c'è fede vera, Dio non compie il miracolo, perché manca la disponibilità ad accogliere il suo messaggio. È impossibile capire il miracolo quando non c'è fede. Fare un miracolo dove non c'è fede, è come mettere un libro in mano a un cieco.

Il cielo si prepara con le opere fatte in terra e la misura dell'amore di Dio non sta in ciò che diciamo a Dio, ma in ciò che facciamo al prossimo. Basta leggere il capitolo XXV di san Matteo, dove si specifica il criterio che Gesù userà per giudicare ogni persona, cioè l'atteggiamento verso il prossimo. Per compiere il miracolo, Gesù accetta cinque pani e due pesci messi a disposizione tramite la disponibilità di una persona per la condivisione. Qui ci sta il messaggio del miracolo: se Gesù compie il miracolo appoggiandosi al dono di qualcuno, è evidente che, prima di intervenire, Dio aspetta che l'uomo faccia tutto ciò che è nelle sue possibilità. L'onnipotenza di Dio, infatti, non potrà mai mettersi al servizio della nostra pigrizia e tanto meno al servizio del nostro egoismo. Madre Teresa, afferma: "Se vuoi aiutare i poveri prima cambia la tua vita", è un invito in perfetta linea con il Vangelo di Gesù.

Non è cristiano pregare Dio affinché dia il pane agli affamati, è più cristiano invece pregare Dio perché ci liberi dall'egoismo che impedisce una giusta distribuzione dei beni e perché dia a ciascuno la forza di essere profeta di un modo nuovo di vivere. Follereau ha detto con sapienza: "chi non vive per far felice il suo prossimo, non ha ancora iniziato a vivere". San Giovanni Crisostomo ha pure detto: "non tener conto della condotta del povero. L'unico titolo in favore del povero è la sua indigenza. Non esigere da lui nient'altro: fosse anche il più delinquente del mondo, se manca del necessario, cerca di saziare la sua fame. Cosi ci ha comandato Cristo".

 

Bibliografia


I. Fonti (Bibbia e Magistero)

La Bibbia di Gerusalemme11, Bologna, 1992.

Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, 1992.

La Bibbia, Piemme, Casale Monferrato, 1995.

II. Bibliografia critica

Schnackenburg, R., Vangelo secondo Marco - Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Città Nuova, Roma, 1969.

Beda, Il Venerabile, Commento al Vangelo di Marco, Città Nuova, Roma, 1970.

Schweizer, Ed., Il Vangelo secondo Marco, Paideia, Brescia, 1971.

Marco, Nuovissima versione della Bibbia4, a cura di A. Sisti, Paoline, Roma, 1984.

Sisti, A., Marco, Paoline, Roma, 19844.

Gnilka, J., Marco, Cittadella, Assisi, 1987.

Orsatti, M., Contemporanei di Cristo - Riflessioni sul vangelo di Marco, Ancora, Milano, 1990.

Fausti, S., Ricorda e racconta il Vangelo - la catechesi narrativa di Marco, Àncora, Milano, 1990.

Poppi, A., Sinossi dei quattro vangeli - Introduzione generale e ai singoli vangeli. Commento4, II, Messaggero, Padova, 1994.

 

Note


1 Cf. Poppi, A., Sinossi dei quattro vangeli - introduzione e commento4, Messaggero, Padova, 1994, p. 216.

2 Orsatti, M., Contemporanei di Cristo, Ancora, Milano, 1990, p. 85.

3 Ibidem, p. 86.

4 Ibidem, p. 86.

5 Fausti, S., Ricorda e racconta il vangelo, Ancora, Milano, 1996, p. 201.

6Ibidem.

7 Sisti, A., Marco4, Paoline, Roma, 1984, p. 256.

8 Orsatti, M., op. cit., p. 87.

9 V. 30a: il termine apóstoloi soggetto nominativo plurale maschile di apóstolos solo qui in Marco. Il vocabolo nel greco classico è un aggettivo e significa mandato, inviato (specie nel linguaggio militare = spedizione o flotta). Qui sarebbe sinonimo di apestalménoi cioè inviati. Si tratta di un incarico ricevuto da Gesù, al quale poi viene fatta minuta relazione.

10 Fausti, S., op. cit., p. 201.

11 Ibidem.

12 La Bibbia, Piemme, Casale Monferrato 1995, p. 2391.

13 Mt. 14, 13-21: prima moltiplicazione dei pani (BJ).

14 La Bibbia, Piemme, p. 2455.

15 Ibidem. p. 2455.

16 Poppi, A., op. cit., p. 221.

17 Cf. ibidem.

18 Cf. La Bibbia Piemme, p. 2395.

19 Cf. ibidem. p. 2395.

20 Cf. Poppi, op. cit., p. 216.

21 Gnilka, J., Marco, Cittadella Editrice, Assisi, 1987, p. 356; nello stesso contesto Mt. 14,14 riferisce le guarigioni di Gesù, Lc. 9,11 la sua attività fatta di insegnamento e di guarigioni.

22 Cf. Poppi, op. cit., p. 217.

23 Cf. Gnilka, op. cit., p. 357.

24 Cf. Sisti, A., op. cit., p. 260.

25 Cf. Gnilka, op. cit., p. 359.

26 Cf. Gv. 6,14: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!"; 6,32: "In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero;".

27 Cf. Schnackenburg, R., Vangelo secondo Marco - Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Città Nuova, Roma, 1969, p.162.

28 Beda, Il Venerabile, Commento al Vangelo di Marco, Città Nuova, Roma, 1970, pp. 179-180.

29 Cf. Mc. 4,35.40.41; cf. 5,32-34.

30 Cf. Schweizer, E., Il Vangelo secondo Marco, Paideia, Brescia, 1971, p. 150.

 


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ISSN 1583-5367